LA SUPERSTIZIONE E LE SUE ORIGINI?

Superstizione significa credere alle virtù malefiche o benefiche di un oggetto, di una situazione, di simboli quali numeri o colori e di avvenimenti interpretati come segni. La superstizione appartiene quindi alla sfera dell’irrazionale. Le persone superstiziose sono spesso consapevoli che queste credenze non si fondano su alcun elemento oggettivo ma nonostante ciò sono incapaci di rinunciarvi!

La superstizione, sotto varie forme, esiste fin dagli arbori della civiltà. L’amuleto, che protegge colui che lo porta e gli assicura la fortuna è un fenomeno universale. In Occidente, alcune credenze, come la paura di essere in tredici a tavola, hanno origini religiose. Il venerdì diciassette associa il numero infausto al giorno della morte di Cristo. Il gatto nero è stato spesso considerato un emissario del diavolo, trasposizione di credenze ancora più antiche che hanno le loro radici in Egitto e presso i Celti. Altre, come le virtù o i pericoli di alcune pietre preziose, sono più direttamente collegate all’interpretazione simbolica dei colori. Molte altre credenza traggono origine dalle tradizioni pagane e contadine, tramandate peraltro anche dalla Chiesa.

Essere superstiziosi significa rinunciare a una parte del proprio libero arbitrio e della propria razionalità a beneficio di credenze in forze occulte o leggi superiori. Alcuni collezionano le credenze, altri le limitano al frutto delle loro esperienze personali: eventi felici o infausti annunciati da un segno rivelatore, una situazione identificata e riproducibile. Ricevere un mattone in testa camminando sotto una scala non è certo piacevole! La perdita del libero arbitrio e della ragione può manifestarsi anche se un giocatore punta tutti i venerdì 17 della sua vita e dimentica le sue perdite per ricordarsi soltanto del giorno in cui ha vinto, che lui chiamerà il suo giorno fortunato. Se invece avesse giocato tutti i giorni, la probabilità di vincere un venerdì 17 sarebbe stata molto scarsa e non significativa.

La superstizione ricopre un ruolo psicologico importante, poiché caricandosi di simboli benefici ed evitando tutti quelli considerati infausti, l’individuo si rassicura e riesce a sopportare meglio situazioni generatrici d’angoscia, di fobia e di panico. Attribuendo la propria paura a circostanze esterne, si dota di strumenti artificiali ma efficaci per controllarla, oltre ad assicurarsi in anticipo un ottimo alibi in caso di fallimento. Non è raro vedere uno sportivo che compie un gesto rituale, scaramantico, si fa il segno della croce o bacia un amuleto, prima di entrare in azione. Senza questo gesto, non si sente in pieno possesso dei propri mezzi e teme un calo di rendimento.

Gli uomini d’azione e gli avventurieri indossano spesso un oggetto feticcio e molti testimoni narrano come la loro morte sopraggiunga proprio l’unico giorno in cui si erano dimenticati di indossarlo. La consapevolezza di aver mancato ad un rito provoca uno stress che può spiegare tale atteggiamento, oltre naturalmente alla fantasia dei testimoni.

Nella misura in cui la superstizione rappresenta una forza terapeutica, positiva, rassicurante e ansiolitica non è necessario curarla essendo appunto positiva. Diventa invece dannosa quando condiziona le nostre azioni e la nostra quotidianità diventando una psicosi maniacale, un rituale ripetitivo che alla lunga tormenta l’individuo superstizioso. Questo infatti, non agisce secondo le proprie idee ma segue un insieme di regole irrazionali e talvolta contraddittorie, elaborate nel corso del tempo e delle successive esperienze. Può essere allora necessario intraprendere una terapia per ricostruire la personalità destrutturata ed incapace di una vita sociale coerente. E’ un lavoro lungo ed impegnativo, riservato agli psicoterapeuti qualificati.

di Lauretta Franchini

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